Passi e citazioni - Ipotesi di Cacciatore il primo romanzo psicologico italiano dell'autore Ponci Gregorio

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Passi e citazioni dal libro


"Diventi quello che in parte già sei.
Se mi guardo indietro, con tutto lo sforzo che occorre per poterlo fare lucidamente, almeno per quanto mi riguarda, io fui sempre un cacciatore.
Mio padre lo fu prima di me, come mio nonno, il quale diceva che pure suo padre e suo nonno lo fossero stati."


«Guarda che mio figlio è schizzinoso» le aveva detto mia madre mettendola in guardia «Devi cucinargli solo la carne migliore. Del resto lui è cacciatore, sai? Se ne intende di carne, stai attenta a comperargli solo quella di primissima scelta».


In effetti scoprii che ci sono donne che è bello corteggiare, dando loro la caccia lungamente, tra attese e rinvii, pregustando il giorno ove la loro pelle ti sarà mostrata interamente sino al loro languido averno roseo ed invitante. Altre invece che si possono catturare solo con un rapido assalto, di corsa, a capofitto nella loro impellente sensualità intrisa di grida e di piacere. Tutto ciò mi fu sempre fonte di delizia inesauribile. Ancora mi è cara nel ricordo quell’infinita voluttà, così come la desideravo e la trattenevo stringendola forte, nel piacere degli amori femminili.
Quegli stessi fatti di fiammanti guizzi di desiderio nel bel mezzo del loro immaginifico fiabesco danzare, ballare per me, tutte quante, intorno alla mia attesa di conquista, come boccioli che si schiudono al mio passo sicuro, al pari di cerbiatte desiderose d’essere raggiunte dalle conturbanti lusinghe ed infine uccise dalla dolce sensualità.
Al contrario di quella che poi divenne mia moglie, l’altra era bionda, ancora studentessa quando io già avevo trovato lavoro, piena di ardore sessuale ed inestinguibile ai miei assalti appassionati.


«Sei sposato. Non me l’avevi ancora detto» disse bonariamente.
«Però porto la fede» le mostrai a mia discolpa.
Poi assunse l’espressione di chi avesse trovato un repellente ragno velenoso.
Sollevò, tenendolo stretto tra le unghie dell’indice e del pollice, distante dal corpo, a braccio teso in avanti, il mio tesserino di cacciatore.
Aggrottò la fronte e atteggiò il volto in una forzata espressione di disgusto.
«Sei un cacciatore!» strillò con una voce inaspettatamente stridula e squillante al tempo stesso.
Dalla camera vicino si sentì un movimento e un borbottio.


Ci vennero incontro degli altri cacciatori di ungulati a cui la nostra presenza proprio non piaceva.
«È meglio se tornate da dove siete venuti che a disturbarci qui a casa nostra oggi non è aria» ci aveva detto subito il più piccolo dei tre spalleggiato dagli altri due compagni. Ne seguì un’inevitabile scazzottata ed uno di loro ruzzolando a terra andò a sbattere con il polso contro la radice di un albero fratturandoselo accidentalmente.
«Siete dei bastardi, ma non finisce qui, guardatevi le spalle sin che siete a casa nostra” ci gridarono accompagnando il ferito in ospedale.


«Andiamo a caccia, figliolo» mi ripeteva «Andiamo a guadagnarci quello che è nostro». Con ciò intendendo la riconquista dell’eredità dei nostri padri.


«Mio nonno diceva che gli uomini che stanno zitti sono i più apprezzati sinché non ti pugnalano silenziosamente alle spalle. Per questo lui consigliava al contrario di farla sempre parlare la gente, il più possibile. Soprattutto qualora intendessero diventare nostri amici» dissi.
«Nei casi sospetti riteneva fosse indispensabile anche provocarli un po’ nella conversazione. Sosteneva non ci fosse niente di più rivelatore che forzare un po’ il discorso per accorgerti di quel che davvero passa per la mente di certe personcine che vorrebbero lasciarsi intendere buone e care» raccontai.
«Tuo nonno aveva ragione. Due cose sono da tenere sempre a mente: la maggior parte della gente è pazza senza che lo dia da vedere. Ben celandolo nelle ordinarie frequentazioni. Nei casi peggiori lo dimostra la cronaca nera» disse.
«E la seconda?» chiesi quella volta stupito della pausa.
«Che la maggior parte della gente siamo noi, ecco il punto».


«Che cosa è successo?» chiesi debolmente con la testa che mi girava e ancora con la mente annebbiata.
«Ti sei accasciato come un sacco di patate, sei svenuto».
«Ma dove siamo?» chiesi.






 
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